Cerimonia inaugurale della "Casa di Ortega"

intervento di Raffaello de Ruggieri

Autorità, Signore e Signori, evito il rituale preambolo dei ringraziamenti perché la gratificazione ai numerosi e preziosi soggetti attuatori è racchiusa nella scheda che è stata distribuita. Devo comunque particolarmente ringraziare i tre pilastri dell’operazione, li indico in ordine alfabetico: l’ing. Sante Lomurno, l’artigiano artista Giuseppe Mitarotonda e l’imprenditore Ennio Venturi; senza la loro qualità professionale e la loro passione non avremmo raggiunto l’obiettivo, nonché alla Soprintendenza per i Beni Artisti, Storici ed Etnoantropologici della Basilicata, nelle persona del Soprintendente dott.ssa Marta Ragozzino e delle restauratrici Annamaria Leone e Rosaria d'Ambrosio, per aver permesso la installazione delle restaurate testate del letto in ferro posto nella camera da letto. Un particolare grazie va anche agli autorevoli amici qui presenti al tavolo che nei loro interventi esprimeranno le loro considerazioni sul progetto da noi realizzato.

Accanto ai ringraziamenti, un obbligato momento di affettuoso ricordo per chi avrebbe dovuto essere qui con noi. Franco Palumbo, Michele D’Elia e Teresa De Ruggieri non possono gioire di questo momento inaugurale, ma io sento la loro presenza fra noi perché con convinzione e tenacia hanno seguito l’inizio del nostro percorso e ne hanno favorito il tragitto.
Autorità, Signore e Signori, in questi giorni frenetici sono stato colpito da un pungente aforisma: “nella tua vita se non trovi ostacoli vuol dire che hai sbagliato strada”. L’ovvietà di questa frase era stata da tempo da me registrata con una declinazione tutta meridionale. Ero infatti convinto che nel nostro Mezzogiorno, per intrecci perversi, si arrivasse sfiniti non sul traguardo ma ai nastri di partenza. Di recente, però, questa convinzione è stata smentita perché, dopo la caparbia costruzione dei nostri luoghi della cultura – Cripta del Peccato Originale, MUSMA, Casone della Murgia, chiese rupestri di Melfi, Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci e, prossimamente, il sito preistorico ‘Riparo Ranaldi’ in agro di Filiano -, ho avvertito il naturale fisiologico sfinimento tagliando, gratificato, il traguardo di risultati prestigiosi come quello oggi rappresentato da “La Casa di Ortega”: un presidio culturale sopra le righe.
“La Casa di Ortega” non è infatti un museo! E’ viceversa uno spazio esclusivo che sprigiona energia e colori. E’ l’esempio civile di una sfida vinta. E’ un luogo bifronte, inchiodato sulla cresta dei Sassi che si nutre delle visioni, dei volumi, dei colori, degli odori, della luce, del buio della città antica e della magnetica morfologia della Murgia.
A quarant’anni (14 giugno 1974) dal suo acquisto, la dimora “operosa” scelta nei Sassi di Matera da Josè Ortega si rivela come un affascinante luogo di creatività, non plagiato dagli attuali disvalori.
L’edificio, un tempo fortilizio longobardo, in una posizione dominante e di grande suggestione ambientale, ospita venti opere realizzate in Matera da Josè Ortega nel 1975, utilizzando tecniche e materiali dell’artigianato locale sublimati dal furore dei segni cromatici dell’artista spagnolo il quale confessò che i cartapestai di Matera gli avevano fatto scoprire la “tridimensionalità” della pittura.
La Fondazione, con atto notarile dell’11 novembre 2003, è divenuta proprietaria dell’immobile grazie alla donazione autorizzata dai familiari di Ortega e rogata da Franco Palumbo. Nella programmazione di questa impresa Franco Palumbo, di cui sentiamo con dolore la mancanza, è stato il suggeritore strategico nella scelta ubicazionale della “Casa” e il vigile depositario delle opere donate dall’artista spagnolo ai suoi amici materani.
Gli ambienti domestici, alla cui rigenerazione strutturale e funzionale ha lavorato l’ing. Sante Lomurno, sono avvolti dalle ceramoplastiche di Giuseppe Mitarotonda, vivificate dalla esemplarità di valori mediterranei immuni dagli attacchi dei copisti poiché l’artigiano-artista materano sa bene che oggi il mercato premia tragitti creativi che nessun altro prodotto riesce ad emulare.
Il progetto della Casa di Ortega ruota su tre strategie: esporre opere d’arte contemporanea in uno dei luoghi più antichi del mondo; realizzare un’inedita area promozionale della più qualificata produzione artigianale territoriale, ricomponendo la divisione tra mondo dell’arte e mondo del lavoro, tipica della nostra società, ma non delle antiche botteghe artigiane ove arte e mestieri si fondevano; valorizzare e promuovere le produzioni enogastronomiche di un’area territoriale portatrice di esclusivi valori nutrizionali: il mangiare mediterraneo e il bere mediterraneo.
Oggi inauguriamo il primo stralcio del più ampio progetto prevedente, oltre alla salvaguardia della Torre Metellana da consolidare al più presto, l’attivazione nell’attiguo Palazzo Gattini di residenze di artisti e di botteghe artigiane. In tal modo sarà possibile realizzare nei Sassi “il quartiere degli artieri”, riproponendo la feconda contiguità tra arte e artigianato secondo i vissuti canoni dell’umanesimo, dove l’arte si coltivava nelle botteghe artigiane. L’obiettivo è quello di recuperare il modello antico della capacità e della manualità artigiane per trasferirlo nella contemporaneità. E’ la riscoperta di un legame tra identità e manualità, tra artigianato ed arte.
Anche l’aspetto finanziario dell’intervento denuncia modalità “eterodosse”. Si tratta del riconosciuto modella materano di azione culturale legato alla nostra scelta di comportarci, nella ricerca dei fondi, da parsimoniose formiche lucane e da squali in movimento. La maggior parte del finanziamento è stato raccolto attraverso il modello antico della “questua”, oggi ribattezzato con il termine “impettito” di “crowdfunding” (finanziamento collettivo). Infatti il 98,93% dell’investimento totale (€ 933.744,04) proviene da contributi di singoli cittadini (67,47%) e dal sostegno della Fondazione Zétema (31,46%). Questa particolarità esprime l’ampio coinvolgimento della società civile nella costruzione partecipe di un esclusivo progetto culturale. Il successo di questa scelta è stato garantito da due principali fonti finanziarie: la prima ha beneficiato della erogazione liberale effettuata dai contribuenti italiani utilizzando il canale dell’8 per mille dell’Irpef a diretta gestione statale, la seconda ha utilizzato il progetto “Terzo valore” di BancaProssima del Gruppo Intesa San Paolo, affermante il principio innovatore della economia di comunione. Ma su questo vi parlerà certamente Marco Morganti.
Alla “Casa” manca qualche finitura, perché la maestria di Giuseppe Mitarotonda è figlia di disarmanti pause meditative. Peppino sprizza genialità da tutti i pori ma ritiene disinvoltamente che il tempo sia una variabile indifferente. Perché “genio” non puoi incatenarlo e devi pazientemente rassegnarti ad attendere il momento imponderabile della sua scintilla creativa.
E’ opportuno anche precisare che le opere di Ortega, custodite per anni in casse di legno, denunciano aggressioni microbiologiche che vanno monitorate nella odierna nuova sede. Per tale ragione, in attesa della necessaria stabilizzazione e della successiva indagine per la corretta individuazione del ceppo batterico da eliminare, non sono state sottoposte a sbrigativi interventi di bonifica e di restauro.
Aprendo al pubblico la “Casa di Ortega”, siamo orgogliosi, qui nel profondo Sud, di poter testimoniare questa nostra esperienza valoriale fatta di ottimismo sognante, contro il dominio dei dilaganti pessimismi figli di storici immobilismi.
Per vivere, dunque, da “azionisti” abbiamo scelto il metodo del “pensare per fare” e abbiamo deliberatamente affrontato percorsi in salita per volare alto; per non strisciare per terra; per non vegetare nella pigrizia quotidiana; per rompere i silenzi degli sterili fatalismi; per testimoniare che si può essere comunità creativa e non spettatrice; per denunciare che spesso nel Mezzogiorno vi sono più soldi che progetti; per affermare il meridionalismo dell’esempio, forti dello spirito salveminiano per cui le idee valgono in quanto sono base e alimento per l’impegno operativo; per affermare il modello di società di un Sud che funziona.
Per tali ragioni oggi non può essere un momento di celebrazione, bensì di responsabile consapevolezza, una consapevolezza raggiunta nel corso della lunga militanza civile nel Circolo La Scaletta e nella Fondazione Zétema, dove abbiamo imparato a considerare i Sassi non la vergogna miserabile della città ma la sua insostituibile identità. Non zavorra storica ma lievito di nuovi messaggi e di nuova storia.
Questo riconosciuto vitalismo storico della nostra città ci ha convinto che la identità culturale di Matera deve tradursi nel ruolo della città per il suo sviluppo, su questa linea abbiamo intessuto il nostro apostolato popolare.
Oggi - dopo il recupero dei rioni Sassi e dopo l’iscrizione degli antichi rioni tra i siti Unesco, con la convinta partecipata candidatura della città a Capitale Europea della Cultura per l’anno 2019, la intera comunità, la “polis” materana, si sente non solo coinvolta ma soprattutto responsabilizzata in questa missione politica.
Oggi per i cittadini di Matera la questione culturale è divenuta finalmente una grande questione politica, che va collocata al centro di ogni possibile strategia. Di questo dobbiamo essere consapevoli perché, dinanzi alla inarrestabile progressiva perdita delle funzioni burocratico-amministrative, la città deve individuare ruoli alternativi, rafforzando le funzioni nel settore culturale che anche la programmazione regionale le riconosce.
Per questo è inaccettabile la perdita della sede della Soprintendenza per i Beni Artistici, Storici ed Etnoantropologici; è rischioso il ritardo nella istituzione della Scuola del Restauro e del relativo centro di ricerca e di innovazione, anche se il silenzio, grazie all’attuale governo regionale è stato rotto attraverso l’inserimento nella legge di stabilità di un apposito capitolo di spesa e, in questa scorsa settimana, con la ripresa dei lavori per rendere agibile l’ex convento di Santa Lucia al Piano; è pesante il ritardo nella realizzazione dell’essenziale museo demo-antropologico; sono irrinunciabili la costituzione dei parchi tematici della preistoria, del rupestre, della civiltà contadina e della cittadella dello spazio; sono da attivare le proposte officine creative della cultura; infine, per essere rispettosi del dossier 2019, dobbiamo accelerare i tempi realizzativi dei previsti laboratori della innovazione e della produzione, individuando in presenti e futuri presìdi, come per esempio l’Università, l’Ospedale, il Consorzio di Bonifica, i soggetti in grado di affrontare nuovi percorsi di ricerca, di innovazione e di moderne aggiornate funzioni.
Da ultimo, proprio per la sua riconosciuta vocazione, la città deve richiedere la promulgazione della legge regionale di sostegno per i beni culturali, di cui la Basilicata, unica regione italiana, è sguarnita. Sia chiaro che la legge regionale che invochiamo non dovrà tradursi in fonte erogatrice e notarile di risorse.
Le assentite risorse finanziarie devono essere, invece, orientate su nuovi e più convincenti obiettivi con modalità innovative in tema di tutela, di valorizzazione e di gestione dei luoghi della cultura, finalizzate a creare nuove produzioni e nuove occupazioni.
E’ necessario un cambio di passo nella legislazione regionale. Occorre che la Regione passi da soggetto erogatore a soggetto investitore. Infatti, il potere legislativo nel settore culturale non può solo emanare leggi che regolano ragioneristicamente erogazioni di spesa, ma deve invece sostenere riconosciuti investimenti capaci di produrre vere e concrete politiche di sviluppo.
Ciò sarà possibile selezionando, monitorando e premiando progetti che si nutrono dell’armatura culturale del territorio, riconosciuta come matrice di identità e come strumento di sviluppo, e verificando i risultati degli investimenti con particolare riferimento a modelli innovativi nel campo della valorizzazione e della gestione.
In parole povere una legge che discuta sui progetti e non soltanto sulla distribuzione delle risorse.
Sono convinto che la cultura, senza questo filtro, può morire di sussidi quando diviene mutismo di luoghi, effimero consumo o mera performance ludica.
Autorità, Signore e Signori, con l’apertura della “Casa di Ortega” noi intendiamo testimoniare la visione profetica di Matera, quale luogo dell’abitare creativo, dove il presente non è visto solo come continuità del passato ma soprattutto come anticipazione del futuro: il “futuro remoto” del nostro dossier 2019.
Grazie dell’attenzione

Matera, 28 settembre 2014

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